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Diario di viaggio

9° TAPPA - 04 Maggio - Dubrovnik - Podgorica km. 163

- Tempo di percorrenza: ore 9
- Media oraria: 24 km/h
- Dislivello totale in salita:2100 metri

Un´altra tappa di quelle che hanno richiesto quasi 8 ore di bicicletta per coprire l´intero tracciato. Da Trieste abbiamo trovato una costante nelle salite, più o meno impegnative, ma tutte in un su e giù continuo. Anche oggi un salitone di circa 17 km. di lunghezza per raggiungere un´altitudine di circa 940 metri. Siamo partiti attorno alle 8 per concludere la nostra fatica dopo le 17. Reggono tutti in modo splendido, c´è buona armonia all´interno del gruppo, la pausa per rifocillarci (con un panino) o per corrispondere alle giuste necessità fisiologiche sono molto brevi. Un fatto storico: transitando da Cettigne, la cittadina del Montenegro, rileviamo che qui nacque la regina Elena venuta in sposa a Vittorio Emanuele in Italia. Una cittadina che conta tantissimi anni, ma pur sempre legata da una pagina di storia straordinaria al nostro paese. Quando si dice che...il mondo rimane pur sempre Piccolo. Niente di più vero. In serata arriva per noi a Podgorika, capitale del Montenegro, un collegamento via radio con l´Italia (97.400 la lunghezza ed ogni mercoledì in una speciale trasmissione che Radio 2 manda in diretta alle 19 o pochi minuti dopo) ed è un´intervista al nostro team leader Alberto Pozzi. Risponde giustamente con tono pacato e valutazioni precise. "Stiamo procedendo bene, il gruppo è compatto, allegro, va molto d´accordo. Le strade qui sono come in Liguria: dovevano essere tutte pianeggianti, invece ...ecco la lunga serie di colline e montagne." L´episodio più singolare? "Una cena in un ristorante della Croazia - dice Alberto - a base di pesce, ben cucinato, spendendo due lire, davvero molto poco." Quanto pesa lei? "Speravo di perdere qualche chilo con le fatiche immani fatte, invece da 84 sono sceso solo a 83." Ma quanto è alto? "Sono un metro e ottanta." Davvero fortunato quasi perfetto, appena 3 chili oltre la linea. "Speravo di perdere qualche chilo in più." Sarà per la settimana prossima quando ci risentiremo. Ma ci tolga una curiosità pedala bene anche la ragazza che è con voi. "Sì, tiene alto i colori femminili." E quali sono? "Il rosa." Brava quindi. "Forse di più visto che procede benissimo, ma lei praticava anche alpinismo e sci, quindi era preparatissima sotto il profilo di abitudine all´impegno sportivo." La ringraziamo: ci saluti tutti ed a risentirci.

UNA PAGINA DI STORIA ELENA PETROVIC-NIEGOS, principessa del Montenegro, nata a Cettigne l'8 gennaio 1873, figlia di Nicola I Petrovic-Niegos ( "gospodar" o "Sveti Gospodar" =Signore o Supremo Signore), che si proclamerà Re nel 1910 del Montenegro nato il 25 settembre 1841, morto il 1° marzo 1921) e di Milena Petrovna Vucotic, nata il 22 aprile 1847 morta il 16 marzo 1923 . Costei, era una patrizia russa, e proprio per questo, fece studiare le cinque figlie nel collegio della corte imperiale, e riuscì a darle a ciascuna un marito principesco. L'incontro con Vittorio Emanuele, non proprio casuale (c'era la madre! Ma anche per l'Italia un matrimonio simile era a quei tempi propizio alle trame politiche dei Balcani - Di Crispi?) avvenne a Venezia, alla Biennale d'Arte. Combinato o no, per l'inconsapevole Vittorio fu un colpo di fulmine. Quando pochi mesi dopo la rivide alla corte di Mosca, all'incoronazione dello Zar Nicola II, il cuore per la bella principessa, si mise al galoppo; in quei giorni moscoviti, nel suo diario il futuro re (che a tutto pensava meno di fare il Re) scrisse "Ho deciso". Il 18 agosto del 1896, Vittorio Emanuele, si tolse di dosso tutti i complessi del "piccolo principe di Napoli", e partì per Cettigne a chiedere la mano della "Bella Elena". Politica o no, fu un matrimonio d'amore ben riuscito, fedele, e perfino con lui geloso, un'unione che durò fino alla morte.(*) Prima del matrimonio, essendo Elena di religione ortodossa (il Vaticano si era opposto nel far precedere una cerimonia ortodossa a Cettigne) giunta in Italia per le nozze, sbarca a Bari, dove il 19 ottobre avviene l'abiura alla chiesa di San Nicola e abbraccia il cattolicesimo; il celebrante non è un'autorità della Chiesa, ma l'abate Piscitelli Taloggi. Lo stesso abate che celebrerà a Roma il 24 le nozze religiose a Santa Maria degli Angeli (dopo quelle civili, A San Pietro, il Vaticano ha detto "No". Nè ha mandato una berretta cardinalizia al matrimonio, celebrato senza fasti, e con l'assenza della madre della sposa Milena, in dissidio per quella abiura preventiva pretesa dai Savoia (o dalla Chiesa).Furono insomma delle nozze dimesse, il "risentito" Eduardo Scarfoglio, dal suo "Mattino", le commentò con titolo ironico "Le nozze coi fichi secchi". (Si dice che da questo momento iniziò l'astio del futuro Re con gli intellettuali e i cronisti).

La coppia tarderà ad avere figli. E già si temeva che il cugino (dal lato paterno) Filiberto di Savoia duca d'Aosta, andato in sposo a Elena Luisa Enrichetta di Orleans (matrimonio 25 giugno 1895 - fastoso, e che non volle posticipare) diventasse lui l'erede (o la sua prole maschile nel frattempo già nata - Amedeo (nato 21 ottobre 1898) e Aimone (nato 9 marzo 1900), quando la coppia reale, con Vittorio nel frattempo diventato improvvisamente Re, dopo l'assassinio del padre Umberto, inizia la figliolanza; prima con due femmine, poi il tanto desiderato erede maschio, poi altre due femmine.



Qui in una foto ufficiale del 1908, con i figli Jolanda, Giovanna, Mafalda, Umberto manca nella foto l'ultima figlia, Maria, nata nel 1914.

 

MAFALDA MARIA ELISABETTA ANNA ROMANA, nata a Roma il 19 novembre 1902, maritata a Racconigi il 23 settembre 1925 con il principe Filippo di Assia del ramo primogenito, langraviale, tenente nell'esercito prussiano, nato a Rumpenheim il 6 novembre 1896; figli a) Maurizio nato a Racconigi il 6 agosto 1926; b) Enrico Guglielmo nato a Roma il 30 ottobre 1927. Morta nel "Lager di Buchelwald" il 24 agosto del 1944, alle 4 del pomeriggio nella baracca n. 15, dove era stata rinchiusa per 11 mesi col nome di Frau von Weber, distrutta da una incursione aerea anglo-americana.

Estratta dal cumolo di macerie, gravemente ferita, i capelli bruciati, scottature in tutto il corpo, fu ricoverata nell'infermeria della casa di tolleranza dei tedeschi del campo, dove, dopo una affrettata visita, fu abbandonata sola in una stanza del postribolo, e dove dopo quattro giorni nei tormenti delle piaghe, cessò di vivere la notte del giorno 28.

Nel lager vi era stata deportata il 23 settembre del 1943, dopo essere stata arrestata il 22 settembre a Roma. Era in questa città nell'agosto del '43, il 28 si era recata a Vienna per onorare il cognato Boris di Bulgaria (si dice fatto uccidere da Hitler per non essersi schierato con la Germania). Il 7 settembre Mafalda riparte da Sofia per l'Italia; l'8 settembre è a Budapest, dall'Italia (come è accaduto a MARIA JOSE' (vedi qui la storia) ) nessuno la mette in allarme per l'armistizio, il 9 settembre forse qualcuno la informa che c'è stata la "fuga" a Chieti (non a Pescara- chi scrive era lì, a Palazzo Mezzanotte) e si appresta a prendere un aereo di fortuna per raggiungere i fuggiaschi nel posto sbagliato. Infatti, atterrata a Chieti Scalo il 12, non trova nessuno, mentre i tedeschi di Kesserling sono impegnati alla liberazione di Mussolini, l'aeroporto è già in mano ai tedeschi e le strade da Pescara a Roma pure. Potrebbe fuggire, come hanno fatto tanti, ma ha i figli a Roma, e quindi riparte per la capitale ormai in mano tedesca. Vi giunge infatti con mezzi di fortuna il 22,e fa appena in tempo a rivedere i figli, custoditi in Vaticano da un certo Montini (futuro Papa VI); poi il 23 mattina, all'improvviso, è chiamata al comando tedesco con urgenza, per l'arrivo di una chiamata telefonica del marito da Kassel in Germania. E' un tranello. E' subito arrestata e, messa su un aereo, la sua destinazione è Buchelwald, al lager, baracca n. 15.

Per andare al comando tedesco, si era vestita - pensando che si trattasse di un impegno di pochi minuti- con un modesto vestito nero. Con quello fu arrestata, con quello partirà, e per undici mesi nel lager avrà solo quel lugubre vestito addosso, e con quello -la più sfortunata principessa di casa Savoia- ci morirà. Il cadavere - uscito dall'infermeria del postribolo- fu inumato in una fossa comune, con il cartello "N. 262 eine enberkannte fraue" (donna sconosciuta). Solo grazie ad alcuni italiani scampati al lager a fine del conflitto, fu ritrovata la salma, poi inumata a Konberg dove oggi si trova.

 


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